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06.10.2020

Alla scoperta dei luoghi del FLAG Pescando #daSudaNord #10 - Cabras e i suoi mille volti

foto iniziale: Antonio Varcasia

Testo di Cinzia Oliveri

 

Cabras, il cui toponimo significa letteralmente "capre", deve il suo nome attuale all'antica denominazione "Masone de Capras" (ovile di capre), come si legge nella Carta di Renovatio Donationis del 1112 firmata dal Giudice Orzocco I de Lacon – Zori; ma dietro le umili origini del nome di questo paese di mare e di laguna, che conta poco più di 9000 abitanti, si cela una storia che ha dello straordinario e le cui tracce sono disseminate in tanti luoghi sparsi a ventaglio negli oltre 102 km² del suo vasto territorio.

Un territorio che anche se non avesse fatto da scenario a vicende millenarie sarebbe comunque un luogo fuori dal comune, per la varietà del paesaggio, la ricchezza del suo ecosistema, la bellezza delle sue spiagge, la preziosità dei suoi stagni e delle sue lagune, la bontà dei suoi prdotti enogastronomici.

È troppo, Cabras!

Troppo ricca, troppo vasta, troppo antica, troppo bella per poter essere raccontata tutta d'un fiato, per essere visitata e gustata solo con gli occhi e con la pancia e così, la visiteremo due volte, dedicandole due tappe speciali. Vi porteremo oggi a conoscere le vicende che qui accaddero, percorrendo il territorio come fosse un immenso museo a cielo aperto, seguendo il filo del tempo, in un viaggio che chiede lo sforzo di saper vedere con gli occhi del cuore.

Ora andiamo.

Ci sono molte vie per raggiungere Cabras da Oristano ma noi scegliamo un percorso che ci permetterà di srotolare e poi seguire il filo della memoria nel modo migliore e così partiamo da viale Repubblica, attraversiamo il fiume Tirso sul ponte di Brabau e subito dopo siamo già nel territorio di Cabras.

Siamo diretti nella penisola del Sinis, verso Tharros e San Giovanni di Sinis e da lì proseguiremo per San Salvatore e la collina di Mont'e Prama ma nell'andare troveremo altre storie da raccontare.

La prima è nascosta dove meno te l'aspetti, alla fine del viadotto che segue il ponte sul fiume, che termina davanti ad una grande rotonda che conduce verso la zona industriale e il centro urbano di Cabras, in una località chiamata Sa Osa. Perché, si, qui ogni metro quadro ha un nome e una storia, anche una lingua di asfalto circolare.

Proprio lì nel 2008, scavando per i lavori stradali, è stato scoperto un villaggio preistorico e nuragico che non ha restituito resti architettonici eclatanti ma ha fornito una miniera incredibile di reperti organici di cibo e sementi, che hanno consentito di comprendere meglio cosa coltivavano e come si alimentavano gli antichi Sardi. Fra questi resti sono stati trovati anche circa 50 semi di melone, un fatto straordinariamente importante perché si tratta della più antica attestazione di questa specie nel Mediterraneo occidentale e poiché in Sardegna non si conosce una varietà selvatica autoctona, si può considerare probabile la provenienza del melone dal Mediterraneo orientale, fatto non strano per un popolo abituato a navigare per lunghe distanze e ad accogliere genti e merci esotiche.

Proseguiamo imboccando la seconda uscita della rotonda e poco dopo incontriamo un'altra rotonda che ha la forma di una stella a cinque punte; noi imbocchiamo la terza e ci immettiamo sulla SP94 e proseguiamo sempre dritti finché, superati diversi canali minori dello stagno di Cabras, che costeggiamo alla nostra destra, attraversiamo un ponte che scavalca il canale principale di collegamento dello stagno al mare e proprio lì sotto, dove ora scorre solo acqua, è scorsa vita per millenni, dal neolitico medio (4800 a.C.) fino al III secolo d.C.

Siamo nel sito di Cuccuru is Arrius, un paesaggio oggi spianato ed inondato che però conserva nel suo nome memoria di ciò che fu. "Cuccuru", in sardo, indica un’altura ma questo paesaggio naturale è stato fortemente modificato dall'uomo attraverso infrastrutture funzionali alle attività di pesca e all'ecosistema dello stagno, con la realizzazione del canale scolmatore, che ha profondamente mutato l'orografia del sito, sommergendolo in gran parte.

Il sito fu scavato a più riprese tra la fine dell'Ottocento e gli anni Ottanta del secolo scorso e tra i reperti più antichi ritrovati nei corredi funerari neolitici vi sono numerose statuette di Dea Madre, una delle quali, tra le più famose in Sardegna, è riprodotta in dimensioni giganti nel giardino d'ingresso del Museo Civico di Cabras, dove sono esposti la maggior parte dei reperti che si è riusciti a scavare in questo sito.

La statuina riprodotta nel giardino del museo, invece è conservata al Museo Archeologico di Cagliari e, insieme ad altre dodici fra quelle ritrovate, è realizzata secondo lo stile "volumetrico", caratterizzato da una figura femminile obesa e con seni voluminosi, raffigurata in piedi e con le braccia lungo i fianchi o piegate sul petto, con un copricapo cilindrico calcato sulla testa.

Continuando dritti lungo la SP6, lasciamo alla nostra destra lo specchio dello stagno e ci addentriamo in una pianura inondata di luce, su cui, oltre ai raggi solari, si riflette il bagliore del mare e dello stagno, che qui circonda tutto da ogni angolazione, regalando alla vista una magica atmosfera anche quando il tempo è nuvoloso.

Ad un certo punto la strada si apre in un ampio bivio che conduce, a sinistra, verso il promontorio di Capo San Marco, la contigua area archeologica di Tharros e il vicino villaggio di San Giovanni di Sinis e a destra si innesta con la SP7 lungo la quale, proseguendo in direzione nord, si incontrano prima il villaggio di San Salvatore e, un paio di km dopo, l'area archeologica di Mont'e Prama.

San Giovanni di Sinis.

Noi svoltiamo a sinistra e ci dirigiamo prima verso l'estremo Sud della Penisola del Sinis, percorrendo una strada che ricalca l'antico tracciato che in epoca romana (e probabilmente già nuragica) collegava gli abitati di Tharros e Cornus, un'antica città che incontreremo più avanti, proseguendo il nostro viaggio verso il nord del Sinis.

Al termine, ci fermiamo in un ampio parcheggio adatto anche alla sosta dei camper e ci troviamo a San Giovanni di Sinis, ai piedi della lunga striscia di terra e roccia su cui svettano la Torre di avvistamento aragonese di San Giovanni, costruita dal re Filippo II tra il 1580 e il 1610, il faro di Capo San Marco e, in mezzo, i resti della città di Tharros.

Il parcheggio è proprio in mezzo al pittoresco borgo marino, frazione di Cabras, affacciato su una spiaggia di sabbia fine e chiara su cui ancora spiccano due falaschi, le tipiche case dei pescatori con la pianta quadrata e il tetto molto alto e spiovente, costruite sulla sabbia, con un intelaiatura di canne e fasci di un particolare giunco, chiamato appunto falasco, che d'inverno con la pioggia si dilata, chiudendo tutti gli spazi tra un fascio e l'altro e rendendo l'abitazione impermeabile alla pioggia mentre d'estate, essiccandosi, si restringe e garantisce una fresca ventilazione degli interni. Un tempo erano numerosissime e venivano usate come abitazioni temporanee dai pescatori locali e fino ai primi anni del dopoguerra caratterizzavano tutto il paesaggio della costa Oristanese ma negli anni '80 ne fu imposto l'abbattimento e oggi se ne conservano pochissime, in tutto il Sinis, valorizzate come beni identitari.

Ma c'è un altro edificio, il più importante, che colpisce la vista e il cuore percorrendo i vialetti che conducono verso il mare ed è la piccola chiesa paleocristiana di San Giovanni Battista, costruita in epoca bizantina intorno al VI secolo d.C. sopra un'area in cui più anticamente sorgeva una necropoli punica, poi riutilizzata in epoca cristiana, quando la chiesa divenne basilica sepolcrale.

AUTORE CORRADO SULIS chiesa san Giovanni di Sinis profilo

foto: Corrado Sulis

Le mura sono in blocchi di arenaria, provenienti in buona parte dallo smantellamento di edifici dell'abitato di Tharros, distante poche centinaia di metri, che come abbiamo raccontato nella puntata precedente furono più tardi utilizzati anche per costruire il primo nucleo urbano di Oristano. L'architettura dalle tipiche volte e cupole arrotondate rosso mattone ricorda la chiesa di San Saturnino a Cagliari, con la quale si contende il primato di chiesa più antica della Sardegna. Fu restaurata e rinnovata nel corso dei secoli, durante i quali, la pianta quadrata bizantina fu ampliata con due navate laterali con volte a botte.

Visitando l'interno spoglio e semplice, chiunque, a prescindere dall'orientamento spirituale, può avvertire un avvolgente senso di solennità e pace; atmosfera che si conserva ancora, all'esterno, tornando a passeggiare nei viali di questa borgata che sorse come villaggio di pescatori e che oggi è una delle mete balneari più frequentate della costa, in cui si trovano molti servizi turistici, fra cui il Centro Visite e Centro Informazioni dell'Area Marina Protetta "Penisola del Sinis - Isola di Mal di Ventre", nel piazzale accanto alla chiesa. Il Centro Visite è un punto di riferimento imprescindibile per chiunque desideri esplorare l'area del Sinis e offre servizi di informazione e distribuzione di materiale e brochure turistiche, guide culturali ed escursionistiche e, soprattutto, è un riferimento prezioso per conoscere meglio le bellezze e il sistema ecologico e geologico dell'area marina protetta e dell'isola di Mal di Ventre.

Qui possiamo anche prenotare una visita guidata al sito di Tharros, che sorgeva appena poche centinaia di metri più avanti e dunque, ascoltate anche questa storia.

Tharros

La città di Tharros sorgeva nell'estremità meridionale della Penisola del Sinis e assunse l'aspetto di grande centro urbano a partire dalla fine dell'VIII sec. a.C., sviluppandosi intorno ad un preesistente insediamento nuragico sparso.

L'insediamento si strutturò ed espanse secondo un'architettura e un modello urbanistico tipici delle genti fenicie, mercanti provenienti da un'area geografica che per lo più corrisponde all'attuale Libano e che importavano ed esportavano merci lungo una rotta che partiva dalle coste dell'attuale area libanese e cipriota e, passando per Malta, le coste siciliane e tunisine, la Sardegna Sud Occidentale e le Isole Baleari, si estendeva fino all'estremità meridionale della Spagna, anche oltre lo stretto di Gibilterra.

In generale, lungo questa rotta i Fenici non crearono vere e proprie colonie, intese come centri di potere politico volti anche ad un controllo sociale ed amministrativo dei territori ma si limitavano a costruire dei poli commerciali, inizialmente concentrati in aree portuali che servivano da scalo per le navi. Anche Tharros nacque così e poi si sviluppò come una città cosmopolita in cui per secoli coesistettero pacificamente i nuragici e genti levantine.

In realtà, fin dall'epoca nuragica, tutto il Golfo di Oristano fu un baricentro per gli scambi commerciali e di conseguenza per contaminazioni culturali con il resto del Mediterraneo, specialmente quello orientale, perchè i nuragici navigavano, eccome se navigavano e su lunghe rotte e questo, ormai, è accettato praticamente da tutti gli archeologi contemporanei.

E anche in epoca precedente, quando la rara pietra ossidiana valeva come l'oro, il Sinis era coinvolto nell'economia delle esportazioni che hanno portato la preziosa pietra del Monte Arci in molte zone del Mediterraneo, anche se non abbiamo ancora tutti gli elementi per stabilire se fossero i popoli prenuragici, materialmente, ad occuparsi del trasporto via mare di questa preziosa merce.

Tharros, Othoca e Neapolis, prima di divenire città importanti, così vicine tra loro da formare una sorta di grande cintura metropolitana sul mare dell'antica Sardegna, erano aree già abitate in modo più sparso, organizzate in villaggi che sorgevano per lo più attorno ai nuraghi, secondo uno stile urbanistico peculiare che, nell'età del bronzo, ha contrassegnato, mutandolo per sempre, il paesaggio sardo.

Solo nel Sinis si conservano i resti di 93 nuraghi, con una densità di circa 0,77 nuraghi per kmq, a cui si aggiunge quello presente all'Isola di Mal di Ventre e la maggior parte si concentra proprio nel territorio esteso di Cabras.

La civiltà nuragica nasce e si sviluppa in un periodo che va dal 1800 a.C. al II secolo d.C. nella maggior parte dell'Isola, arrivando a conservare, nell'area centro orientale, comunità prettamente nuragiche fino al VI secolo d.C. I Sardi erano stati eccezionali architetti, navigatori e abili mercanti, come suggeriscono i numerosissimi ritrovamenti di manufatti nuragici oltremare. Una parte degli archeologi ritiene che espressero anche una forza militare particolarmente organizzata, che giunse ad essere impiegata nel Mediterraneo africano orientale e nel Vicino Oriente e molti di loro accettano la tesi che vedrebbe negli Shardana, appartenenti ai cosiddetti "Popoli del Mare" un gruppo militare di origine nuragica.

Tuttavia, ciò che sappiamo oggi, in modo ancora lacunoso ed incerto, lo dobbiamo in buona parte alla lettura dei significati che ci restituisce la produzione delle tipiche sculture in bronzo, che cominciò proprio quando, ad un certo punto, intorno al 900 a.C., i Nuragici smisero di costruire nuraghi, pur continuando ad utilizzarli, per motivi che la ricerca non ha ancora del tutto chiarito.

In questo periodo di grandi mutamenti si sviluppano sistemi politici più complessi e gerarchizzati, aumentano gli interscambi, si perfezionano le produzioni dei manufatti e parallelamente si assiste ad una grandiosa produzione artistica di opere scultoree, in bronzo e pietra, di eccezionale fattura, volta a celebrare e forse anche a sigillare per la memoria futura, il ricordo di un’età classica “dell'oro” che ormai stava tramontando nei suoi equilibri e tradizioni più caratteristici, per lasciare spazio ad una nuova “età del ricordo” del grande passato, che nella sua evoluzione si compatta attorno ai suoi "totem" simbolici, costruendo modelli di nuraghi, spesso trasfigurati, sculture di navi, guerrieri, sacerdoti e sacerdotesse, spade, pugnali, lance e raffigurazioni di comune gente del popolo.

Circa un secolo dopo l'avvio di questa metamorfosi, in una società nuragica in bilico tra l'innovazione e la nostalgia della tradizione, le coste della Sardegna sud occidentale diventeranno il teatro di un incontro importantissimo fra due popolazioni: i Nuragici autoctoni e i Fenici, di cui abbiamo già accennato parlando delle origini di Tharros, che proprio in questa città scriveranno alcune tra le più importanti pagine di questa storia nell'Isola.

Tharros fu, appunto, una delle città principali della Sardegna antica e furono proprio i Fenici ad importare la novità degli insediamenti abitativi organizzati secondo il modello urbano. La straordinarietà del fatto è che in questi centri, per secoli, le due popolazioni convissero in un equilibrio che storici ed archeologi concordano nel ritenere consenziente, collaborativo e pacifico.

Molti sono ancora i misteri circa i rapporti fra nuragici e lontane culture esotiche; tra questi ne spicca uno curioso, che non si basa sull'interpretazione di fatti storici o reperti antichi ma che ha invece a che fare con un manufatto tipico di Cabras, ancora oggi prodotto secondo un progetto che affonda le origini in un passato remotissimo di cui non si conosce l'origine ma che, a memoria d'uomo e di cronaca, a Cabras è sempre esistito: su fassoni (il fassone).

I fassoni (is fassonis in sardo) sono imbarcazioni artigianali realizzate con fasci di una pianta palustre, la Typha Maior (in sardo "Feu"), che cresceva abbondante nelle zone umide circostanti e che da sempre sono state utilizzate dai pescatori di Cabras per la pesca nelle acque interne.

Questi venivano costruiti dagli stessi pescatori, dato che per ogni annata peschereccia ne occorrevano circa 3 o 4. Ancora oggi alcuni pescatori e artigiani, a dire il vero sempre più rari, costruiscono ancora questa imbarcazione ma più che altro per preservare in vita un bene così fortemente identitario.

Oltre all'origine che si perde nella notte dei tempi, ci sono altri due motivi che rendono queste imbarcazioni "povere" così interessanti: la prima è che esistono solo qui e non sono mai state utilizzate negli altri sistemi lagunari della Sardegna, eccetto nello Stagno di Santa Giusta, dove comunque si ritiene siano state importate da Cabras. La seconda è che sono incredibilmente simili alle imbarcazioni raffigurate nell'antica iconografia egiziana, quelle realizzate in fasci di papiro che, già al tempo dei faraoni, si usavano per pescare sul Nilo. E sono molto simili anche alle "Caballitos de tortora" o "Balsas", le imbarcazioni tradizionali utilizzate sul lago Titicaca, in Sudamerica e alla "Varchetta d'Anciddi", caratteristica del Lago Lentini, presso Siracusa.

Secondo lo studioso Roberto Lattini, che cita un documento del 1266, pare che la forma attuale de is fassonis, con la poppa mozzata, sia una rivisitazione medievale e che in origine l'imbarcazione fosse in tutto e per tutto simile alle imbarcazioni nilotiche e sudamericane.

Si può facilmente immaginare quante congetture alimenti questa straordinaria coincidenza, considerando che l'architettura de is fassonis è decisamente peculiare ed è spontaneo immaginare che possa essere frutto di un'idea presa in prestito e poi riadattata.

Ma da chi? Quando? E come?

Questo e mille altri affascinanti misteri rapiscono chiunque si soffermi ad ammirare l'orizzonte del mare cristallino del Sinis, quello che oggi, agli occhi più distratti, è solo un bene ambientale e paesaggistico di strepitosa bellezza ma che un tempo fu molto di più: un'infinita pista blu che connetteva gli antichi abitanti del luogo con mondi geograficamente lontanissimi ma, forse, molto più vicini di quanto lo siano oggi, nell'era ipertecnologica e globalizzata.

Non sappiamo se ed eventualmente quanto questo clima culturale cosmopolita abbia potuto stimolare l'arte scultorea nuragica del Sinis verso modelli così innovativi rispetto al resto dell'Isola o se fu un percorso originale sviluppatosi completamente all'interno della tradizione artistica locale ma qui, la terra, ha restituito un tesoro unico nel panorama isolano, strabiliante anche se considerato nella dimensione dell'intera Europa e del Mediterraneo occidentale antico: i Giganti di Mont'e Prama: decine di enormi statue nuragiche scolpite in arenaria gessosa la cui datazione, ancora incerta, secondo gli studi effettuati oscilla fra il XIII e il IX secolo avanti Cristo, dato che ne farebbe la più antica testimonianza di statuaria monumentale tridimensionale dell’Occidente antico, in quanto antecedente alle statue della Grecia antica, dopo le sculture egizie.

È ora dunque di lasciare la lunga penisola protesa sul mare e di inoltrarci nell'entroterra del Sinis più misterioso, per andare a scoprire questa e altre storie, che vi faranno guardare a questa terra con occhi di stupore. Ripercorriamo a ritroso la strada che abbiamo fatto per arrivare fin qui; torniamo al bivio sulla SP6 e svoltiamo sulla SP7, seguendo le indicazioni per San Salvatore.

San Salvatore

Imboccata la strada, dopo pochi metri intravediamo le piccole casette lunghe e basse del minuscolo borgo di San Salvatore, frazione di Cabras e restiamo subito colpiti dall'architettura particolare, che ricorda, sì, quella delle tipiche casette antiche dei paesi del Sinis ma la loro disposizione singolare ne svela la funzione precisa, quella di cumbessias, di cui vi parleremo fra un po'.

A prima vista sembra un villaggio del vecchio West americano e infatti qui, dal 1967 e sino alla fine degli anni '80, questi scenari immersi in un paesaggio immenso e dall'orizzonte apparentemente vuoto, inondati dalla tipica luce abbagliante del Sinis, furono usati come set cinematografico per l'ambientazione di scene dei film del genere "spaghetti western", molto in voga in quegli anni, che si ispiravano alla cinematografia di genere americana ma erano prodotti in Italia. Un tempo nel villaggio c'era anche un bar, distrutto da un incendio alla fine degli anni '80, che riproduceva perfettamente il tipico saloon dei villaggi del vecchio West e la cui scomparsa, per molti, è stata pianta come la morte di un mito e la perdita di un potenziale attrattore turistico ed economico.

La fine del mito contemporaneo, però, ha restituito al luogo la dignità della sua identità originaria che è quella di fungere da luogo di residenza temporanea in occasione di una festa religiosa antichissima e spettacolare: la Corsa degli Scalzi, che ogni anno, tra il primo sabato di settembre e la domenica seguente, viene celebrata per rievocare la difesa della statua di San Salvatore, nel 1619, da parte degli "Scalzi", contro un'invasione dei Saraceni.

Abbiamo già sentito una storia simile quando abbiamo fatto tappa nel villaggio di Sant'Antonio di Santadi, frazione di Arbus, per raccontare la storia della processione più lunga d'Europa, nata per ricordare il salvataggio della statua di Sant'Antonio da Padova dal sicuro sacrilegio che rischiava ogni volta che si verificava un'incursione saracena nella costa.

Qui la processione, evento più importante dei vari riti della festa religiosa, è molto più breve, visto che il "rifugio sicuro", cioè la chiesa di Santa Maria Assunta a Cabras, dista solo 7 km ma è un condensato di spettacolarità, sia per le dinamiche che regolano lo svolgimento di questo rito, sia per l'impatto scenografico dei costumi dei partecipanti.

Si aggiunge poi il fatto che questa tradizione conserva ancora una sua sacralità autenticamente religiosa, che si è salvata dalla trasmutazione in uno spettacolo ad uso turistico e, infine, l'unicità è data dalla modalità in cui viene percorsa la processione: a piedi nudi e di corsa, in parte lungo un sentiero sterrato e in parte sull'asfalto.

Contornata da altri riti religiosi e rallegrata da una grande festa popolare che attira migliaia di turisti da tutta l'Isola, la corsa sacra celebrativa comincia all'alba del primo sabato di settembre e coinvolge circa 900 curridoris, tutti maschi e di qualunque età, vestiti con un saio bianco legato in vita da un cordone e, naturalmente, scalzi, che accompagnano il simulacro di San Salvatore dalla chiesa di Santa Maria Assunta a Cabras fino alla chiesa di San Salvatore di Sinis.

Il gruppo è composto da 14 gruppi di curridoris, composti a loro volta da 14 ‘mute’, ciascuna di cinque corridori. Sette corrono il sabato, sette la domenica. La sorte decide chi porta il santo al villaggio di San Salvatore, il sabato all'alba e chi lo riporta a Cabras, la domenica sera seguente.

AUTORE CORRADO SULIS is curridoris

foto: Corrado Sulis

Alcuni di loro, durante la corsa, reggono in spalla una portantina su cui è assicurata la statua del santo, che poi non è un santo di nome Salvatore ma è il Salvatore inteso come il Cristo nella sua trasfigurazione. Una moltitudine bianca che tra polvere, sudore, speranza e fede porta con se la richiesta di una grazia da ricevere, per se o per qualche caro.

All'arrivo nel villaggio esplode la festa popolare, come in ogni tradizione religiosa locale ed è un momento comunitario di estrema importanza tanto che il villaggio nasce proprio per ospitare i pellegrini nei giorni della festa e, in origine, restavano disabitati durante il resto dell'anno.

Questi piccoli villaggi sono piuttosto diffusi in Sardegna; sorgono attorno a santuari campestri in cui si celebra la devozione ad un particolare santo e le case che li compongono sono dette "cumbessias", come qui a San Salvatore o "muristenes", in altre zone dell'Isola e un tempo erano alloggi comunitari per i pellegrini. Oggi sono abitazioni private e non manca qualche B&b ma il fascino e la pace che vi regnano restano intatti. L'origine delle cumbessias si perde nella notte dei tempi, tanto che anche molti siti nuragici presentano edifici con funzioni simili, raccolti intorno a pozzi sacri o altri luoghi particolari di culto, come a Santa Cristina, a Serri e in molti altri siti. E la chiesa di San Salvatore, che sorge in mezzo alla grande piazza del borgo, luogo di culto lo è da sempre, fin dall'età nuragica.

La chiesetta, semplicissima, minuscola e sobria è come una matriosca che racchiude al suo interno tutti i culti che nel corso del tempo si sono stratificati tra le genti che qui hanno abitato nei millenni fino ad oggi, rendendo questo luogo un posto che ha dell'incredibile.

La chiesa, infatti, sorge sopra un ipogeo, cioè un vano sotterraneo scavato nella roccia, a cui si accede attraverso una scalinata in pietra. Il sito è tenuto aperto in orari prestabiliti da un custode speciale, il signor Giovanni Mancosu, che da molti anni svolge questo compito come volontario, con umiltà e discrezione ma che conosce la storia di questo luogo da grande esperto, come del resto è espertissimo della storia di tutto il territorio, avendo anche partecipato agli scavi condotti a Mont'e Prama.

Percorrere questa discesa è come affrontare un viaggio con la macchina del tempo, con la quale poter scegliere in quale epoca del passato dirigersi, perché qui ci si può inginocchiare a contemplare una vasca nuragica intatta, in cui sgorga una vena d'acqua sotterranea e dentro al quale è ancora infisso un betile, a simboleggiare l’unione dell’elemento maschile e di quello femminile.

Poi sono arrivati i romani, quando questo luogo per loro era già un sito archeologico, antico e ancora vivo. E non lo hanno sovrascritto cancellando le tracce del vecchio culto nuragico con i nuovi simboli ed arredi ma hanno costruito davanti ad esso un nuovo pozzo, per celebrare anch’essi i culti legati all’acqua e all'origine della vita, attraverso i simboli di Marte e Venere, la coppia feconda, unita dall’amore grazie a Eros e Giunone. Le loro figure, insieme a numerose altre, sono graffitate negli interni dell’ipogeo e stanno lì, da migliaia di anni, anche se paiono scarabocchi di qualche decennio fa.

AUTORE CORRADO SULIS grafitti ipogeo San Salvatore

Foto: Corrado Sulis

E quando questa terra ha conosciuto il cristianesimo questo ipogeo è stato utilizzato come fonte battesimale e davanti al betilo fu costruito un altare, anche stavolta risparmiando gli antichi segni, lasciati coesistere con il nuovo, fatto peraltro abbastanza inconsueto. E anch'essi hanno lasciato sui muri, i segni della propria presenza, senza cancellare quelli precedenti.

Ancora, fatto straordinario, accanto alle scritte e ai disegni ex voto di epoca romana e cristiana, appaiono qua e là scritte in arabo con versi del corano. Anche questi graffitati con rispetto, in mezzo agli altri e mai sopra di essi e dunque, in fondo, pur se con nomi, culti e riti differenti, questo luogo è sempre stato utilizzato per la stessa funzione fin dalla notte dei tempi: celebrare riti attraverso l'acqua e connettere l'uomo con il mistero del divino.

Ciò che rende speciale l'ipogeo, dunque, è che non è stato "riscoperto" dagli archeologi o dalla comunità dopo aver conosciuto l’oblio e l’abbandono. No, qui il culto dell’acqua, sotto forme diverse, non si è mai interrotto, da migliaia di anni.

Prima di lasciare l'ipogeo osserviamo le scritte graffitate sui muri e cerchiamo di conservarne la memoria per quando ci torneremo. Probabilmente ne vedremo delle altre e cercheremo invano alcune figure viste oggi, perché queste cambiano profondità e colore emergendo o mimetizzandosi nell'intonaco in base all'umidità degli interni.

Ora possiamo ripartire verso l'ultima tappa del nostro viaggio di oggi.

Prima possiamo soffermarci per una piacevole pausa caffè o per il pranzo nel pittoresco bar trattoria Abraxas, all'ingresso del villaggio, dove, appese tra mille cimeli vari, sono esposte delle bellissime fotografie, anche d'epoca, sulla Corsa degli Scalzi, che vale la pena ammirare.

Infine, usciamo dal villaggio e svoltando a destra riprendiamo la SP 7. Proseguiamo dritti in direzione nord e dopo appena un paio di km raggiungiamo le pendici di un basso colle chiamato Mont'e Prama, che significa "collina della palma nana" e che prende il nome dalla tipica vegetazione spontana che cresce abbondante nei dintorni.

Mont'e Prama

Il sito archeologico è facilmente riconoscibile dall'ampia recinzione, dai cartelli sul cancello e dai container di servizio per i cantieri archeologici.

AUTORE CORRADO SULIS Scavi a Monte Prama

Foto: Corrado Sulis

Nonostante gli scavi non siano ancora stati ripresi, il sito da oltre due anni è ormai inaccessibile al pubblico e nessuno sa con certezza quando riaprirà ma vale la pena omaggiare la memoria della storia che stiamo per raccontare recandoci proprio là dove tutto avvenne, immaginando con gli occhi del cuore la gloria che un tempo regnava dove ora sembrano dominare solo il silenzio, la nuda terra polverosa e le coltivazioni intorno.

Su questa collina, nel marzo del 1974, un agricoltore di nome Sisinnio Poddi (venuto a mancare proprio in questi giorni e a cui le autorità, la stampa e le pagine dei social media locali hanno tributato un grande e affettuoso cordoglio), notò insieme ad un amico alcuni strani resti in pietra incastonati su dei muretti divisori e avendo già rinvenuto frammenti sparsi durante i lavori di aratura ne intuì l'importanza e segnalò il fatto alle autorità, come ricorda l’archeologo Raimondo Zucca.

Fu grazie a quel gesto coraggioso che cominciarono le prime indagini archeologiche.

Da allora il sito è stato oggetto di diversi interventi di scavo e recupero tra il 1975 e il 1979 e, molti anni dopo, tra il 2014 e il 2017 e gli studi hanno permesso di rilevare che i nuragici edificarono qui una necropoli sparsa in una vasta area della collina chiamata Mont'e Prama e la usarono per diversi secoli per costruirvi un'enorme quantità di tombe a pozzo, con un'architettura che si modificò via via nel corso del tempo e che, nell'ultima fase, fu adornata con decine di statue monumentali, ancora non si sa con certezza definitiva quante, che riproducevano in grandi dimensioni alcune figure simboliche già rappresentate nei bronzetti e che gli archeologi ritengono rappresentare arcieri, guerrieri e pugilatori.

AUTORE ANTONIO VARCASIA volto di Gigante

Foto: Antonio Varcasia

Alcune ostentano le armi della guerra: corazza finemente lavorata, scudo, spada oppure arco e faretra piena di frecce. Altre mostrano un corpo vestito solo di un corto gonnellino a punta e le armi del pugilato rituale: il guantone provvisto di una punta e lo scudo leggero e flessibile.

Una delle statue rinvenute nel 2014, ritenuta un pugilatore, ricorda per molti particolari l'iconografia del famosissimo bronzetto nuragico del 9 sec. a. C chiamato "il sacerdote militare di Cavalupo di Vulci", che è di fattura sarda ma che fu rinvenuto nella necropoli etrusca di Cavalupo di Vulci nel Lazio.

Intorno alle statue sorgevano altre sculture sacre che riproducono modelli di nuraghe, opere, queste, ritrovate anche altrove in varie zone dell'Isola, scolpite in pietra o modellate in bronzo.

I resti delle statue, oggi ricomposti e restaurati là dove è stato possibile, furono sparsi sopra le tombe e nella strada antistante in modo confuso, quasi fosse spazzatura, assieme ad altri elementi di cultura materiale come ceramiche di epoca nuragica, punica e romana e gli studiosi del sito hanno stabilito che questi detriti furono deposti lì alla fine del IV secolo a.C., in piena epoca di dominio punico ma non hanno potuto stabilire con certezza se lo spargimento delle macerie avvenne conseguentemente alla distruzione o se il materiale fu sistemato in quel modo in tempi successivi. Nel primo caso, sarebbe confermata la tesi secondo cui le statue furono distrutte nel IV sec. a.C. E i principali sospettati dello scempio, a quel punto, sarebbero i Punici.

Perché le statue, appunto, non sono state rovinate dalla sola azione del tempo ma furono deliberatamente distrutte e fatte a pezzi ma da chi e quando è ancora argomento di dibattito e studio. Sul perché, l'orientamento prevalente ipotizza la volontà di cancellare un simbolo della memoria dei Sardi, che comunque non apparteneva solo alla cultura locale del Sinis ma, nella sua unicità, all'intera comunità nuragica isolana del tempo.

Certamente, chi vandalizzò quel museo della memoria lo fece per cancellare il massimo simbolo di identità, potenza e prestigio costruito dai Sardi che vissero nel periodo compreso tra il Bronzo Finale e la prima Età del Ferro (tra il 12° e il 9° sec. a.C.) quello di massima fioritura della civiltà nuragica più avanzata, ormai profondamente trasformata dai lontani tempi in cui si costruivano i monumenti ciclopici.

Prima della furia iconoclasta, in quella collina dove oggi spiccano solo le colture agricole, le grandi statue stavano in piedi, erette lungo un viale funerario rettilineo su cui si allineavano le tombe costruite in più secoli. Le tombe sono tutte scavate a pozzetto, dentro cui era inumato un unico defunto in posizione rannicchiata e poi sigillate, in una prima fase con cumuli di pietre e, solo successivamente, con lastroni di arenaria squadrati. Le varie tombe erano separate da lastroni verticali infissi nel terreno e fra loro distinte in gruppi e ciascun gruppo era indicato con un betilo, che talvolta superava i due metri di altezza e alcuni di questi si possono ammirare nelle sale del Museo di Cabras.

Nelle tombe erano sepolti soprattutto individui giovani e maschi (anche se non mancano le donne) le cui analisi genetiche hanno permesso di supporre si trattasse di una comunità chiusa, che contraeva matrimonio all'interno di uno stesso gruppo parentale di appartenenza.

Cabras, dunque, è erede diretta di una comunità nuragica che spiccava nel panorama nuragico stesso.

Si tratta del primo consistente gruppo umano dell'età del ferro finora indagato in Sardegna e dalle analisi del DNA è emerso che non vi erano bambini e anziani tra gli inumati mentre spicca in percentuale la presenza di adolescenti e di giovani adulti, i cui scheletri presentano elementi di eccezionale robustezza, con inserzioni muscolari talmente marcate che lasciano supporre fossero dediti ad attività fisica estremamente intensa e ripetuta ed è stato possibile ricostruire anche il quadro dietetico della loro alimentazione, ricca di proteine e di consumo di cibi di origine marina.

Erano atleti o guerrieri scelti?

E perchè sono scolpiti con degli strani occhi che paiono mostrare pupille estremamente dilatate? Nessuno ancora può dirlo ancora con certezza.

Una delle poche certezze di questa storia, tanto epica quanto ancora affollata di domande a cui la scienza non ha ancora potuto dare sempre risposte certe, e che richiederà ancora anni di studi comparati e nuove indagini, è che questo era più di un cimitero monumentale.

Mont'e Prama era un sacrario dedicato agli eroi del presente che lì furono inumati per secoli e la cui memoria veniva glorificata connettendola con quella del mito degli antenati costruttori di nuraghi dell'età classica della civiltà nuragica, per tracciare un continuum tra passato e presente, già consapevoli di appartenere ad un popolo che aveva tracciato una importantissima e gloriosa storia.

Si tratta di una realizzazione talmente straordinaria che noi moderni facciamo fatica a coglierne davvero il suo senso più profondo.

Oggi, pur con alle spalle millenni di arte scultorea, quelle statue ci sorprendono ancora per la loro bellezza estetica, per la loro unicità avvolta nel mistero, per la loro simbologia identitaria ma ci sfugge talvolta il particolare più importante e cioè, che quell'arte celebrativa fu il frutto di una invenzione originale, di una innovazione assoluta che non aveva eguali nel mondo circostante "occidentale".

I Sardi, insomma, inventarono le statue prima di chiunque altro per celebrare la loro storia e rappresentare sé stessi.

E lo fecero qui, a Cabras e questo è un fatto assolutamente straordinario.

In tutto, dagli anni 70 a oggi, sono state individuate e riconosciute circa 125 tombe di cui ne sono state scavate poco più di 60, alcune ampiamente studiate e altre ancora in fase di studio.

Gli attuali scavi in programma non mirano tanto a trovare altre sculture ma piuttosto ad ampliare l'area di scavo per proporre ipotesi attendibili sull'organizzazione del luogo, sul rapporto tra le sculture e la necropoli e per cercare le tracce altri edifici e soprattutto di un tempio o santuario, di cui si ipotizza l'esistenza, per interpretarne le funzioni e le vicende in cui furono immersi, lungo l' arco di tempo che va dall'impianto della necropoli alla formazione del complesso scultoreo, fino alla sua definitiva distruzione.

Museo Civico Giovanni Marongiu

Purtroppo, come già accennato, da oltre due anni il sito archeologico di Mont'e Prama non è più accessibile al pubblico attraverso le visite guidate e al momento non si sa nemmeno quando verranno avviati i prossimi scavi ma ci si augura che la situazione possa al più presto sbloccarsi, per ciò che la valorizzazione del sito rappresenta per il futuro di Cabras e per tutta la Sardegna.

Le statue restaurate, invece, insieme ai betili e alle sculture di nuraghe si possono in parte ammirare al Museo Civico Giovanni Marongiu di Cabras mentre un'altra parte è ospitata nel Museo Archeologico di Cagliari.

Il museo civico di Cabras espone anche interessantissimi reperti provenienti dai siti di Cuccuru is Arrius e Sa Osa, oltre che di Tharros e di altre aree del territorio comunale ed è possibile visitarlo ad un prezzo davvero popolare, anche fruendo dell'aiuto di guide archeologiche.

È un piccolo museo di provincia, che all'improvviso si è trovato a dover gestire l'onore e l'onere di custodire e valorizzare un patrimonio archeologico di immensa importanza, e non era certo attrezzato in modo adeguato ma nel 2015 è stato approvato il progetto per il suo ampliamento e trasformazione in polo museale e in tanti, a Cabras e non solo, sperano che in questo modo, un giorno, le statue possano tornare tutte insieme nella loro casa natale, nel Sinis.

Qui termina la prima tappa del nostro viaggio nel territorio di Cabras alla scoperta della sua cultura ultramillenaria; riprenderemo poi l'itinerario nella prossima puntata, soffermandoci ancora a Cabras ma stavolta alla scoperta delle meraviglie ambientali e paesaggistiche, che sapremo guardare con occhi più sensibili e profondi, dopo aver conosciuto lo straordinario passato di questo lembo di terra dove perfino la luce del sole sembra più brillante del normale.