Pubblicato in Social
30.06.2020

Punti di vista. "Is Benas è un gioiello: sia per la qualità del pesce sia come spazio di salvaguardia ambientale"

“Is Benas è un gioiello: sia per la qualità del pesce sia come spazio di salvaguardia ambientale. Le istituzioni possono e devono stare al nostro fianco per rilanciare la storia di una comunità”. Una chiacchierata con Raffaele Manca, Presidente della Cooperativa Sant'Andrea.

a cura di Mauro Tuzzolino

 

Oggi incontro Raffaele Manca, classe 1958. Abbiamo appuntamento sulla strada prospiciente la peschiera di Su Scaiu, proprio nello spazio adiacente al Museo archeologico, dove riposano i giganti di Mont’e Prama.

E quando saliamo in macchina, era questa peraltro la mia aspettativa, Raffaele comincia come un fiume in piena. Il riferimento alle antiche civiltà è d’obbligo: Raffaele si sente un pezzo di questa storia lunga che ha sempre tenuto insieme stagno e uomo. Lo stagno di Cabras è un universo a parte e bisogna conoscerlo bene. Raffaele si è pure divertito negli anni a censire i luoghi recuperando i nomi che l’oralità ci ha consegnato. Pescatore di mare, pescatore di stagno, adesso è Presidente della Cooperativa Sant’Andrea che gestisce il compendio di Is Benas. E proprio lì siamo diretti. Mi vuol fare vedere questo gioiellino, come lo chiama lui, che ha tutte le carte in regola per diventare uno scrigno di produzione e di biodiversità.

Già dopo pochi metri di cammino in automobile passiamo a fianco della sua abitazione natìa.

R.: Sono nato qui, a 100 mt. esatti dalle rive dello stagno (di Cabras). L’acqua, la pesca sono state le prime attrazioni che ho avuto, attrazioni che sono diventate il mio lavoro.

Devo dire anche che ho avuto per fortuna un nonno materno pescatore famosissimo, soprannominato Zinniga; molti lo etichettarono come il più bravo pescatore soprattutto nel fiume Tirso, perché quando veniva la piena lui riusciva a nuoto ad entrare, naturalmente sempre nudo, come facevamo tutti noi ai tempi, grandi e piccini, senza problemi.

D.: Come natura crea, insomma!

R.: Si, beh, la muta non c'era... e se dovevi nuotare come nuotavi? Con gli stivali?! Nuotavi nudo, nudo. Preservavi i vestiti asciutti. Dovevi avere un fisico un po’ particolare anche se mio nonno era molto magro, altissimo, 1.90 e molto capace.

Da parte di mio padre tutt'altra roba, gente che ha lavorato la terra, tutti operai... Insomma, faceva i lavori che gli capitavano. 

All'età di 12- 13 anni naturalmente io ero già in acqua a pescare. E a pescare come? Rubavamo vecchie reti di pescatori che lavoravano lì nello stagno di Cabras, reti usate, consumate, bucherellate. Loro le buttavano e noi andavamo a raccogliere quelle reti e mettevamo per la parte che va sul fondo un paio di pietre, e la pietra doveva essere più grande della maglia... e così si torceva un pochettino e ogni metro mettevamo una pietra. Adesso ci sono i sugheri per far rimanere la rete anche in superficie... per fare uno sbarramento totale, mentre noi mettevamo del fieno. Avevamo pezzettini di rete di 10-15 m: il bello era che si pescava un secchio di pesce, lo si portava a casa e vedevi tua mamma contenta, i tuoi fratelli contenti e tutto era bello. Poi la cosa è un po’ sfuggita - parlo come pesca - perché mio padre ha voluto che io andassi a fare l'agricoltore. L'agricoltore l'ho fatto per due anni e mezzo da 12 anni a 15 - 16 anni e ho imparato tante cose. Sono un bravo innestatore, riesco ad innestare gli ulivi, vigne e tutto il resto. Mi è servito, ma all'età di 16 anni non ce l'ho fatta più e sono andato a pescare, a pescare e basta. Era il mio destino, la mia vita.

Ho iniziato a pescare sempre all'interno del confine ittico di Cabras, un po’ più organizzato, con altri amici della stessa età, qualcuno un po’ più grande. Abbiamo visto i primi soldini e la cosa logicamente ha invogliato a fare quel mestiere, che mi piaceva tantissimo soprattutto perché era un mestiere che si faceva di notte e mi lasciava l'opportunità - ecco per questo forse io soffro un poco il sonno- di giorno di andare a divertirmi. Allora le discoteche non aprivano alle due di notte, aprivano alle due di pomeriggio; il cinema a Cabras apriva alle tre del pomeriggio, se c'era poi la partita della San Marco era alle tre del pomeriggio lo stesso. Quindi avevo qualcosa da fare ma in orari che mi erano consentiti, quindi potevo lavorare e divertirmi allo stesso tempo. E' diventata una cosa molto seria quando mio cognato, all'età di 19 anni - mi sono fidanzato all'età di 19 - 20 anni - mi ha forzatamente fatto entrare in Cooperativa. Mi diceva "tu non puoi rimanere così, allo sbando..."  E sono entrato in Cooperativa e ho fatto la cosa più giusta che potessi fare. Mi sono imbarcato in una barchettina, abbiamo sempre continuato a lavorare allo stagno, fino all'età di 23 anni quando c'è stata questa opportunità: allora c'era questa opportunità a mare, c'era la pesca al corallo con l'ingegno e i guadagni erano abbastanza buoni, per non dire ottimi. Faceva gola entrare in un peschereccio e fare quell'attività. È stato mio cognato stesso che mi ha inserito. Conosceva il proprietario di questo peschereccio, e io sono andato a lavorare lì. Ho fatto tre anni al corallo.

Si pescava il corallo con l'ingegno. L'ingegno è uno strascico in poche parole. Tu dovevi stare in barca. Da noi a Cabras l’avevano portato i pescatori di Torre del Greco, avevano quest'argano a mano, una cosa pazzesca. Noi eravamo già evoluti, avevamo il verricello meccanico che tirava su quintali e quintali, però il lavoro era abbastanza pesante. Ci alzavamo alle due del mattino e rientravamo alle otto di sera, le nove. Le due del mattino di nuovo in azione. Il corallo allora si pescava da una profondità di 80 m anche fino a 160 m con l'ingegno. Sono consapevole, con gli occhi di oggi, che certo un po’ di danno è stato fatto sicuramente. Voglio dire però una cosa: dopo che non siamo andati più a “corallare”, tanti anni dopo, ho portato alcuni amici a pescare le cernie con la lenza nella stessa secca in cui pescavamo corallo: è un posto bellissimo, buttavi e pescavi una cernia, buttavi e pescavi una cernia. Vuol dire che qualcosina di buono è rimasto, mi auguro che la natura abbia ripristinato per quanto possibile quella meraviglia.

Quindi ho fatto il corallaro, poi dal corallo sono passato al pesce spada. Stiamo parlando degli anni a cavallo tra ‘70 e ’80.

Quando arriviamo alla nostra destinazione cerco di riportare Raffaele al presente. In effetti siamo arrivati a Is Benas e come sempre ti sembra di entrare in una dimensione altra: i paesaggi lagunari hanno proprio qualcosa di singolare e meriterebbero una letteratura di genere. Ci troviamo nel territorio comunale di San Vero Milis a ridosso della bellissima spiaggia di Is Arenas; l’estensione è di circa 120 ha., ben poca cosa rispetto agli stagni di Cabras o Santa Giusta. Già dagli anni '70 viene inserito nella lista delle zone umide di importanza internazionale sulla base della convenzione di Ramsar, con le direttive comunitarie "Habitat" n. 92/43/CEE e "Uccelli" n. 79/409/CEE viene riconosciuta sito di interesse comunitario (SIC ITB030035) e zona di protezione speciale (ITB034007). Condivide l'area SIC Sale 'e Porcus. “Lo stagno di Is Benas occupa la parte terminale di un antico solco vallivo, sul quale poco più a sud, si imposta anche lo stagno di Sale Porcus. I due stagni anticamente erano collegati ma attualmente il canale di collegamento è stato interrotto”.

D.: Raffaele, torniamo a noi, al presente … Anche con te voglio capire la potenzialità dello stagno come luogo di produzione e di salvaguardia ambientale. Il tema di oggi mi sembra proprio questo. In questo comprensorio, in tutto l’oristanese, nel territorio di pertinenza del FLAG, abbiamo una ricchezza, ambientale e produttiva, e riusciamo a valorizzarla in piccola parte. Anche Is Benas appartiene a questo ricco patrimonio?

R.: Come ho detto molte volte Is Benas è un gioiellino e ho accettato di fare il Presidente della cooperativa per dimostrare quanto valore può portare questo piccolo stagno sia per la pesca e i produttori sia dal punto di vista della salvaguardia ambientale. Ma la mia volontà, insieme a quella dei miei nove soci della cooperativa, non basta; abbiamo bisogno di maggiore presenza e attenzione da parte delle istituzioni.

Ci sono dei lavori strutturali da fare. La pulizia dei canali per garantire il ricambio di acqua e l’ossigenazione è fondamentale: qualche mese fa siamo stati impegnati una settimana (ovviamente improduttiva) per rimuovere tonnellate e tonnellate di alghe. Questo è uno stagno piccolo che ha bisogno della cura costante da parte nostra. Ma quando il problema è strutturale il nostro sforzo è vano e rischiamo sempre che lo stagno vada in anossia. Vanno rifatti i canali e noi stiamo aspettando questi interventi. Così come va rifatta la peschiera, ormai tutta arrugginita e poco funzionale. Bastano un paio di mesi di lavori.

Oggi fatturiamo circa 170.000 € e, grazie alla mia esperienza, affermo senza timore di essere smentito di poter arrivare con facilità a quadruplicare il valore della nostra produzione.

Abbiamo in programma anche nuovi investimenti, come l’avannotteria, partendo dalla nostra orata che è la più buona del territorio, senza innesti esogeni. Intendiamo rimettere a posto gli immobili per realizzare un ittiturismo, che non possiamo realizzare senza gli interventi di cui dicevo prima: io devo garantire al turista di mangiare il prodotto locale e se la quantità del pescato è quella attuale mi troverei costretto a dare in ittiturismo pescato non locale, cosa che rifiuto in maniera categorica.

D.: Mi dici sempre che parliamo di uno stagno ad alta valenza ambientale. Mi spieghi meglio?

R.: Il nostro è l’unico compendio dove puoi trovare ancora la Pinna Nobilis, ce lo ha confermato recentemente un monitoraggio di IMC. L’Università di Cagliari intenderebbe seminare l’arsella (sempre locale) anche in relazione alla qualità delle acque. Io voglio lasciare ai nostri figli i luoghi migliori rispetto a come li ho trovati. Ma ripeto, l’impegno deve essere corale e attendiamo un’attenzione diversa da parte delle istituzioni. L’atteggiamento è troppo spesso quello delle restrizioni; il pescatore è pronto a sacrificare il proprio modo di interpretare il mestiere ma pretende in cambio qualcosa. La verità è che ci si chiede sempre qualcosa senza che si riceva la giusta attenzione in cambio.

Certo Raffaele è un uomo grintoso e generoso, come lo sono in fondo i pescatori, senza inutili indugi alle diplomazie. Quando ci salutiamo rinnova la promessa di cucinare per me il muggine alla merca, ricetta di cui si sente un prezioso depositario. E mi ricorda che il segreto è non abbondare troppo con il sale, perché devo sentire il sapore del pesce e delle acque che lo hanno “custodito”. Sono sicuro che ce lo mangeremo quanto prima sulle meravigliose ombrate rive di Is Benas, allietati oltre che dalle prelibatezze della sua arte culinaria, dall’aria fresca e pulita del mare e dello stagno.