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Pubblicato in Social
02.09.2020

Alla scoperta dei luoghi del FLAG Pescando #daSudaNord #9 - Oristano

foto iniziale: Comune di Oristano www.comune.oristano.it

Testo di Cinzia Oliveri

 

Nella tappa precedente abbiamo lasciato Santa Giusta percorrendo la SP56, ai lati della quale si sviluppa longitudinalmente l'abitato moderno della cittadina erede di Othoca, della quale ci eravamo soffermati a raccontare la storia.

Oggi Othoca è scomparsa e la porta della penisola del Sinis è Oristano, il centro più grande e più importante di tutto il territorio del FLAG Pescando, che si estende lungo la costa ovest da Arbus a Cuglieri, abbracciando l'entroterra che lambisce le pendici del Montiferru, del Monte Arci e del massiccio del Linas.

La città si raggiunge in pochissimo tempo, quasi senza soluzione di continuità con Santa Giusta, semplicemente proseguendo lungo la Strada Provinciale 56 che attraversa tutto il centro urbano prendendo il nome di via Cagliari, che nel suo tratto centrale delimita anche il cuore dell'abitato medievale.

Oristano, Aristànis in Lingua Sarda, capoluogo della Provincia omonima, conta poco più di 30 mila abitanti; la dimensione media di un qualunque paesone popoloso delle zone più densamente abitate d'Italia ma la Sardegna è un continente a sè anche per questi aspetti quantitativi e qui, poche decine di migliaia di abitanti, diventano città importante, baricentro di aree molto vaste.

A dire il vero, Aristànis, città non lo è solo per il principio di relatività interno alla geografia urbana e sociale sarda, dove tutto sembra dilatarsi e assumere le dimensioni dell'infinito; lo è anche per antico privilegio concesso nel 1479 dal Governo Iberico, che le diede il titolo di "Città Regia", quando l'Isola era da poco passata sotto il dominio della Corona di Aragona.

Le città regie non erano infeudate ma sottoposte alla diretta giurisdizione reale e godevano di privilegi e concessioni derivanti dal loro status, fra i quali poteri amministrativi e politici che esercitavano attraverso i propri rappresentanti eletti, i quali diventavano anche membri del Parlamento del Regno.

Tracce di quell'antica gloria si leggono tutt'ora nel paesaggio urbano contemporaneo, che conserva chiari segni della lunga influenza iberica nell'architettura e nelle tradizioni culturali e camminando nelle vie del centro storico si "respira" ancora una certa aria intangibile, eppure presente, che ci rimanda alla sensazione di trovarsi "in città", per qualche ragione che sfugge ai sensi e che non è riferibile alle dimensioni geografiche o numeriche ma che, tuttavia, si avverte nettamente.

Il trascorso più glorioso e rimpianto dagli oristanesi però, affonda le radici in un passato più antico,  precedente la dominazione Iberica, quando la Sardegna, tra il IX e il XV secolo, era organizzata in quattro regni autoctoni e indipendenti uno dei quali, il Giudicato di Arborea trasferì la sua capitale da Tharros ad Aristànis, a partire dal 1070. In quell'anno, il Giudice Orzocco I de Lacon-Zori, con la decisione di spostare la capitale, sancì i la fine di Tharros, che fu definitivamente abbandonata dai suoi abitanti  che si trasferirono nei villaggi dei dintorni ma soprattutto ad Aristanis, che da antico villaggio rurale divenne la nuova città più importante del Giudicato.

Gran parte dei blocchi in arenaria degli edifici di Tharros furono smontati e riutilizzati per la costruzione della nuova città, che assorbì tutta l'eredità materiale, culturale ed etnica della splendente vicina morente.  Un antico detto oristanese è sopravvissuto, da allora, nella cultura locale e così recita "e sa cittad'e Tharros, portant sa perda a carros", che significa "dalla città di Tharros portano le pietre a carri (cioè, in grandi quantità)", a dimostrazione del fatto che Oristano venne fondata con i resti materiali della città costiera.

Aristanis, quindi, crebbe in prestigio e dimensioni a spese di altre città vicine, molto più antiche e molto potenti, allorchè il mondo intorno e quello lontano mutarono, ponendo fine a Othoca e Tharros e la storia e le storie principali pian piano cominciarono ad essere narrate qui, dove il grande Stagno di Santa Giusta e il fiume Tirso garantivano un minimo di protezione dal pericolo delle costanti incursioni saracene che resero difficile la sopravvivenza delle città sul mare dell'Isola.

Se le origini storiche della nascita di Oristano in epoca giudicale sono ben documentate e certe, altrettanto non si può dire per l'origine del suo antico toponimo, sul quale gli studiosi si dividono proponendo tesi differenti.

La prima citazione del toponimo risale al 604 d.C è contenuta nella Descriptio Orbis Romani del geografo Bizantino Giorgio Cipro, che cita l'Arhistianès Limne (stagno di Oristano) e diverse tesi linguistiche ritengono che il significato del nome si riferisca alla posizione del villaggio originario tra il mare e gli stagni. L'archeologo oristanese Raimondo Zucca e gli studiosi Massimo Pittau e De Felice ritengono invece più probabile la derivazione del nome dall'insediamento tardo imperiale appartenente ai latifondisti della gens degli Aristias mente altre ipotesi isolate pongono le origini del toponimo nel nome latino arista, che significa spiga, in riferimento alla fertilità dei suoi terreni o al nome di una leggendaria principessa di Tharros, tale Aristana e, ancora al semidio Aristeo. Quale sia la verità è tuttora ignoto e il nome attuale deriva da successive deformazioni del castigliano Oristàn e del catalano Oristany.

Il segno più tangibile del legame fra Oristano e la sua memoria medievale è la statua di Eleonora d'Arborea, che dal 1881 svetta nell' omonima piazza a lei dedicata.

La Giudicessa, reggente dei figli dal 1383 al 1404, diede vita in due decenni di regno ad una vera e propria leggenda attorno alla sua figura che ancora oggi catalizza profondi sentimenti di radicamento identitario, orgoglio ed ammirazione in ogni sardo.

In realtà, per quanto Oristano sia comunemente chiamata "la città di Eleonora", è certo che la sovrana condusse una vita decisamente "nomade", spostandosi per ragioni di governo in molte diverse residenze del Giudicato e della Sardegna, tra cui Aristànis, che fu dunque sede di una delle molte residenze della giudicessa ma non la principale.

A dire il vero in via Parpaglia si trova a cosidetta "casa di Eleonora", che gli storici escludono si tratti della dimora della Giudicessa, che probabilmente ad Oristano dimorava nel palazzo residenziale giudicale, in Piazza de Sa Majoria, l'attuale Piazza Manno, dove oggi sorge l'ex carcere, in prossimità della cinta muraria lunga circa due km che si snodava lungo le attuali via Mazzini, via G.M.Angioy, via Solferino, via Cagliari, via Diego Contini e piazza Roma e che comprendeva 28 torri quadrate e torrioni difensivi in corrispondenza delle porte.

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 foto: www.sardegnaturismo.it

 

La Torre del Giudice Mariano II, conosciuta anche come Torre di San Cristoforo o Port'a Ponti, fu eretta nel 1290 dal Giudice omonimo, in prossimità di una delle quattro porte d'ingresso principali. Ancora visibile nell'attuale Piazza Roma, è alta 19 metri ed è costruita in blocchi di arenaria provenienti dalla città di Tharros, che fu distrutta più dai contemporanei, per riutilizzarne i materiali, che dall'azione stessa del tempo.

La Torre di Mariano è uno degli edifici più suggestivi della città ed è il punto ideale per cominciare una passeggiata perdendosi nelle tante stradine lastricate che da qui si diramano come disordinati raggi di sole.

Una torre gemella sorgeva nell'attuale piazza Manno ma, pericolante, fu abbattuta nel 1907 poichè, anche se oggi sembra impossibile da credere, giudicata "di nessun valore storico" da parte del Governo Nazionale. Un'altra torre superstite, di forma circolare, chiamata "Torre di Portixedda", sorge invece all'incrocio tra viale Mazzini, via Garibaldi e via Solferino.

Tra gli edifici religiosi spicca invece la Cattedrale di Santa Maria Assunta, in piazza Duomo, Chiesa madre dell'Arcidiocesi Arborense che sorge sui resti di un preesistente edificio bizantino e il cui impianto romanico originale risale al 1130. Fu ricostruita e rimaneggiata più volte nel corso dei secoli, fino ad assumere buona parte dell'aspetto attuale, barocco, intorno alla prima metà del XVIII secolo.

Al suo interno si conservano i resti di sant'Archelao e reliquie di santa Giusta, oltre agli stendardi sottratti agli Ugonotti in fuga durante la battaglia di cui abbiamo già raccontato nella puntata precedente, narrando le vicende storiche della vicina Santa Giusta con la curiosa vicenda de "s'andada de is sordaus grogus".

La pianta viaria del centro storico è irregolare e si avvolge su se stessa in una logica urbana medievale, ben distante dalla prevedibilità dell'ordine impostato sul principio ortogonale. E quindi ad Oristano è facile perdere l'orientamento, per chi non la conosca ma forse il modo migliore per visitarne la parte più antica è proprio passeggiare senza meta tra le vie lastricate, lasciandosi guidare dall'istinto e dalla curiosità, cercando di scorgere, tra le pieghe dell'indolente cittadina moderna, l'orgoglio del proprio passato: quello dell'ultimo capoluogo di Giudicato a soccombere all'egemonia iberica.

Una curiosità: quando l'ultimo baluardo della resistenza sarda si piegò al potere degli Aragonesi, nel 1420, l'area di Oristano fu organizzata in un Marchesato e ancora oggi il titolo nobiliare appartiene ai re di Spagna; infatti l'attuale Re Felipe IV è, appunto, anche Marchese di Oristano.

In epoca spagnola fu completato il sistema difensivo costiero dell'Isola, organizzato con le torri di avvistamento che, fin dall'epoca bizantina, poi giudicale e infine sotto la protezione delle Repubbliche Marinare di Pisa e Genova furono costruite in funzione difensiva contro le incursioni saracene. Ormai peculiarità di tutto il paesaggio dell'entroterra marino della Sardegna, Oristano ne conserva una delle più belle ed imponenti di tutta l'Isola, nel quartiere della Marina di Torre Grande, che, appunto, prende il nome dalla grande torre che fu costruita tra il 1542 e il 1572 in epoca aragonese e che oggi domina il lungomare della città.

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foto: Comune di Oristano www.comune.oristano.it

Seguendo il filo della trama della storia, cogliamo dunque l'occasione per allontanarci dal centro storico medievale e raggiungiamo la borgata di mare, sorta in epoca contemporanea, che oggi è il "salotto buono" estivo degli oristanesi.

Originariamente nacque come frazione residenziale e il primo nucleo di abitanti era costituito in prevalenza da pescatori, agricoltori e artigiani legati ad arti e mestieri funzionali all'economia del mare. Divenne con il tempo un elegante lido e oggi la borgata, che si estende lungo i tre km di spiaggia che vanno dalla foce del fiume Tirso al Porto turistico, è la spiaggia più attrezzata e ricca di servizi di tutto l'oristanese. Qui si può passeggiare sul largo lungomare bordato di palme, degustare la migliore cucina di mare nei numerosi ristoranti fronte spiaggia, soggiornare nei bed and breakfast, alberghi e campeggi che vi si concentrano numerosi, oppure praticare numerosi sport all'aria aperta, in particolare gli sport acquatici, soli e con mezzi propri o seguiti da istruttori e con attrezzature a noleggio.

Torregrande ospita anche la Fondazione International Marine Center, il centro marino internazionale del Consiglio Nazionale delle Ricerche che svolge importanti attività di ricerca applicata agli ecosistemi del mare e delle lagune e attività sperimentali volte a porre la ricerca stessa al servizio delle produzioni ittiche sostenibili.

Oristano è piacevole da visitare in ogni stagione, in estate per le sue attrazioni balneari e tutto l'anno per passeggiare nei suoi vicoli, fare shopping o andare alla ricerca dei suoi deliziosi prodotti enogastronomici, tra cui spiccano la cucina di mare, i dolci a base di mosto concentrato e le tzippulas e, soprattutto, la vernaccia, famosissimo e antico vino simbolo gastronomico della città. Ma è in pieno inverno che l'erede di Tharros si trasforma, si trasfigura e per una settimana sfoggia tutto il suo mistero, la magia e la memoria storica, che si concentrano ed esprimono l'ultima domenica e il martedì di carnevale, quando nelle vie del centro storico "esplode" la Sartiglia, una delle più antiche e spettacolari manifestazioni equestri che ancora si svolgono in area mediterranea.

Il verbo "esplodere" non è un'iperbole retorica perchè, a carnevale, la città intera esprime con una partecipazione corale emozioni e speranze che hanno avuto una gestazione lunga molti mesi, durante i quali le radici collettive più intime di questa manifestazione, lontane dagli occhi dei turisti e ad essi inaccessibili, si sono nutrite di molti riti religiosi e pagani, di segreti equilibri, scambi, alleanze e speranze e di infinite ore di simbiosi tra cavalieri e cavalli.

L'adrenalina dei protagonisti e l'ebrezza dello spettacolo che ubriaca tutti i presenti, incantati dalle acrobazie collettive a cavallo, dalle corse spericolate dei cavalieri che con la lancia tentano di centrare un bersaglio quasi impossibile, dalle sfilate dei magnifici costumi medievali, non sono che una minima parte del rito misterioso che si innesta nell'intimo di ogni oristanese fin dall'infanzia.

I riti riflettono simbologie antichissime, di origine pagana, sebbene la manifestazione, nelle forme attuali, viene generalmente fatta risalire al periodo dell' egemonia iberica e non esistono documenti scritti che ne attestino le origini nel periodo giudicale, sebbene molti di questi simboli e riti sono chiaramente espressione di altre manifestazioni più remote poi sincreticamente assorbite successivamente.

La maggior parte degli studiosi del carnevale oristanese ritiene che l'etimologia della Sartiglia derivi dal castigliano Sortija, che significa anello ma lo studioso Gian Piero Pinna, nel suo libro "Vernaccia di Oristano" propone una tesi alternativa che rimanda al termine sardo campidanese arcaico "sartillai", che anticamente significava "razzia di bestiame che pascola nel saltus", cioè nella campagna adibita a pascolo e ritiene che inizialmente la primitiva giostra equestre possa essere stata la dimostrazione di forza di gruppi locali che razziavano a vantaggio della propria comunità. Lo stesso studioso rigetta la tesi delle origini iberiche della manifestazione, come pure l'ipotesi che la Sartiglia sia il tentativo di importare in Sardegna, in epoca giudicale, il modello delle giostre equestri italiane.

Ma sono solo ipotesi linguistiche e nessuna, da quelle ortodosse a quelle più fantasiose possono basarsi su prove assolutamente certe e questo, in qualche modo, accentua il fascino di questo evento, che possiamo guardare, ammirare, lasciandoci affascinare e un po' spaventare ma conservando quel senso di mistero che si ha quando si guarda qualcosa senza poterla vedere e comprendere completamente nel suo senso più nascosto e profondo.

Con certezza documentale, fin dalla seconda metà del XVIII l'organizzazione della Sartiglia fu affidata a due Gremi (associazioni medievali di arte e mestiere nate in epoca aragonese in Sardegna, ciascuno con un proprio statuto e affiliazione ad un santo patrono): quello dei contadini, a cui sono affidati i riti cerimoniali e l'organizzazione della corsa della domenica e che ha come protettore San Giovanni Battista e quello dei falegnami, che sovrintende i riti e la corsa del martedì e ha come patrono San Giuseppe.

I Gremi sono i custodi della tradizione ed è loro compito assicurare lo svolgimento annuale della Sartiglia, in qualunque condizione meteorologica, economica o sociale, con la solennità propria di un voto religioso. E infatti, per la riccorrenza del rispettivo patrono i Gremi eleggono i propri rappresentanti, in particolare: S' Oberaiu Majore per il Gremio dei contadini e su Majorale en Cabo per quello dei falegnami. A questi spetta il compito fondamentale di scegliere su Componidori, uno per ciascun Gremio, scelta che viene ufficializzata il due febbraio, nel giorno della Candelora, quando i rappresentanti dei Gremi si recano a messa (nella chiesa di San Giovanni dei Fiori i rappresentanti dei Contadini e in Cattedrale i Falegnami), durante la quale vengono benedetti dei ceri fra cui il più grande, riccamente decorato e ornato, viene portato dai rappresentanti dei Gremi a casa del Componidori rispettivamente prescelto, comunicando in questo modo l'investitura ufficiale a tutta la città, che fino a quel momento era rimasta in pectore e dunque segreta.

Purtroppo, per motivi organizzativi, in tempi recenti la segretezza è venuta meno e il nome del Componidori viene conosciuto anche qualche mese prima della Candelora ma la cerimonia non ha perso comunque il suo antico fascino.

La gara legata alla Sartiglia consiste nel tentativo dei cavalieri di centrare al galoppo il bersaglio appeso ad un nastro, una stella con un foro centrale da infilare con la spada e il suo avvio, la domenica e il martedì, è annunciato in modo solenne a tutta la popolazione da un banditore in costume che si sposta a cavallo, partendo dalla piazza Eleonora, scortato da alfieri, tamburini e trombettieri. Il banditore comunica gli orari e il programma della manifestazione e i premi riservati ai cavalieri vicitori della corsa alla stella.

Il capo corsa è "Su Componidori" che, accompagnato da altri due cavalieri detti "Su Segundu Cumpoi" e "Su Terzu Cumpoi" (il secondo e il terzo componidore) sceglie poi i cavalieri che, in numero variabile a sua insindacabile discrezione, formeranno le varie pariglie appartenenti al rispettivo Gremio.

Su Componidori, però, non è solo un capo corsa ma, durante i giorni della Sartiglia si trasfigura in una specie di dio pagano, in un idolo sacro. Non vi è nulla della supremazia legata al prestigio atletico, alla fama di buon cavaliere a regalargli quest'aura quasi sovraumana. È invece una sorta di investitura, che deve accettare ed onorare, per catalizzare la fortuna in favore della collettività locale. Quasi il dio totem di una antica tribù. La sua maschera è androgina ed egli si spoglia di tutta la sua identità e da quel momento non è più nè uomo nè donna e solo nel 1973, per la prima volta, fu investita una donna di questo ruolo.

Viene vestito dalle massajeddas, giovani ragazze in costume sardo assistite da una donna adulta di età più avanzata, appartenenti alle famiglie del Gremio, che terminano il rito della sua vestizione, cucendo al costume la maschera. Da quel momento egli non può più toccare terra fino al termine della manifestazione, che si concluderà solo 6 o 7 ore dopo.

Su Componidori si reca alla cerimonia della vestizione in maglietta bianca, pantaloni corti in pelle e stivali in pelle, accompagnato dai suoi luogotenenti, dai trombettieri e tamburini e dal suono ancestrale delle launeddas, dai rappresentanti dei Gremi e da un corteo in abiti tradizionali sardi.

Giunto nel luogo della vestizione, addobbato con fiori e grano, sale su un tavolo – altare e da quel momento smette di essere se stesso.

Indosserà la maschera, il cappello nero a cilindro, il costume (il colore della maschera e alcuni particolari dell'abito differiscono per il Componidori del Gremio dei falegnami e quello dei contadini) e salirà infine a cavallo senza toccare terra, diventando in quell'istante un semidio, inavvicinabile ed inarrivabile, a cui, infine, verrà consegnato uno scettro di fiori (Sa Pippia e maju) per benedire la folla.

Su Componidori, così investito, si pone a capo di un grande corteo di cavalieri e raggiunge Piazza del Duomo, dove benedice la folla e consegna sa Pippia e Maju al massimo rappresentante del Gremio, che a sua volta gli dona le spade che serviranno per il rito dell'incrocio, quando su Componidori e Su Segundu le incroceranno, per tre volte, sotto la stella appesa, per propiziare la sorte poco prima che il Componidori tenti lui per primo la sorte nella corsa alla stella.

Tradizione vuole che una sua eventuale caduta da cavallo porti ad un'annata di carestia e sciagure di ogni genere ed è per questo motivo che su componidori non è coinvolto nelle sfide a cavallo più audaci e pericolose, riservate ai cavalieri delle pariglie.

Durante la corsa alla stella, ciascun cavaliere parte al galoppo lungo la via Duomo e tenta di centrare la stella, appesa a circa metà del percorso. La credenza popolare vuole che il numero di stelle conquistato in totale da tutti i cavalieri sia direttamente proporzionale alla sorte della comunità e alla resa dei campi per quell'anno.

A fine corsa, su componidori compie il rito di "Sa Remada",  benedicendo la folla con "Sa Pippia de Maju", correndo al galoppo sdraiato con la sciena sul cavallo.

A questo punto si corrono le pariglie, lungo l'attuale via Mazzini, in cui i cavalieri, a gruppi di tre, si esibiscono in temerarie e pericolose acrobazie, in piedi sulla groppa dei cavalli e formando diverse figure durante il galoppo sfrenato.

Tutta la manifestazione è scandita dal ritmo dei tamburi e delle trombe, suonati da tamburini e trombettieri che, nelle varie fasi della manifestazione o nel momento in cui si svolge qualche rito particolarmente solenne, come ad esempio la vestizione, si muovono seguendo passi codificati, di origine molto antica, ciascuno con un suo preciso significato.

Terminate le pariglie, il Componidori si avvia alla cerimonia della svestizione e, conclusa questa, può toccare nuovamente terra perchè il semidio sacro torna ad essere un umano come gli altri. Questa cerimonia, aperta al pubblico, è seguita da una festa che dura tutta la notte, in cui viene offerto da mangiare e da bere a tutti i presenti, con l'allegria e la solennità dello scioglimento di un voto.

Vale la pena, almeno una volta nella vita, venire in Sardegna in inverno anche solo per assistere a questo spettacolare rito, che continua inalterato a ripetersi da secoli. Un rito che non è mera esibizione di audacia e destrezza ma momento sacro in cui, da secoli e forse da tempi ben più antichi, la comunità si "ripartorisce", collettivamente, stretta attorno al proprio pari che per un giorno diventa Dio, per perpetuare ininterrottamente la propria esistenza, anno dopo anno, generazione dopo generazione, quasi che la comunità sia, essa stessa, una persona al di là delle persone singole che la compongono.

È questa la dimensione da tenere sempre presente davanti agli occhi quando si visita Oristano e la sua gente, dimensione a cui il cantautore irpino Vinicio Capossela, innamorato dell'anima più profonda dell'Isola, ha dedicato una ballata, intitolata, appunto, "Componidori", contenuta nell'album "Canzoni della Cupa", che in forma di arguta ed irriverente poesia restituisce il senso della storia che abbiamo fin qui narrato.